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| 09/10/2008 |
| IL TRAMONTO DELLA CASTA FINANZIARIA? |
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(Tratto da AREA - di Marcello De Angelis) - Per decenni, inascoltati profeti hanno annunciato un`imminente catastrofe finanziaria. Analisti eterodossi, generalmente trattati da visionari menagrami, prevedevano che l`espansione illimitata del credito, scollegato dalla realtà economica, avrebbe fatto esplodere gli equilibri della finanza virtuale che ruotava intorno a Wall street, trascinando nella crisi il resto dei Paesi occidentali, tutti ancorati saldamente alla locomotiva a stelle e strisce.
Altri, non meno menagrami e tacciati di simpatie terzomondiste, annunciavano che questa inevitabile crisi avrebbe trovato pronte e in agguato altre potenze - o nuovissime o saggiamente rimaste legate ad una economia più tradizionale -che non avrebbero esitato a comprare i pezzi del castello di carte con la loro moneta sonante.
I visionari avevano ragione - e forse non erano neanche tanto menagrami, avevano solo il torto di vedere il re nudo. I derivati e i mutui subprime hanno creato una suggestione di sviluppo dei mercati che già di per sé poggiavano su meccanismi disancorati dalla realtà. Era un mondo fatto di numeri sui computer, cifre che non corrispondevano a ricchezze reali. Chi ha cercato di creare ulteriori irreali ricchezze speculando su questi tesori immaginari, ha fatto scoppiare la bolla di sapone. Il mondo ha scoperto che stava comprando beni reali con i soldi del Monopoli e - peggio ancora - che c`era chi, con i soldi del Monopoli, comprava pacchi di soldi veri.
Forse una delle informazioni che maggiormente ha fatto riflettere i non addetti ai lavori - perché gli addetti già lo sapevano - è il fatto che gli Usa non solo siano il Paese più indebitato del mondo - mentre agli occhi di tutti appaiono il più ricco - ma che i detentori dei suoi crediti siano quelli che vengono presentati come i suoi peggiori nemici: Cina, Russia e Paesi arabi. Risulta difficile non azzardare dietrologie, confrontando questo dato con l` ostile diffidenza che i governi Usa manifestano da anni nei confronti di chi faccia affari con società provenienti da queste regioni del pianeta.
``Non accettate capitali arabi - dicono - potreste finanziare il terrorismo``, ``non vendete ai russi, i loro soldi sono sporchi``. I cinesi poi, si arricchiscono sfruttando milioni di esseri umani ed infrangendo tutte le regole e ignorando i diritti civili e sindacali.
La notizia per certi versi più sensazionale di questi giorni è però, a mio avviso, la trasformazione delle più grandi e famose società di brokeraggio americane in cosiddette banche tradizionali. Giustamente Massimo Restelli - su Il Giornale - parla di ``fine di un`epoca``. Per banca tradizionale - si legge nell`articolo - si intende quella «al servizio di famiglie e imprese che ha sempre predominato in Italia».
Impossibile non ricordare quanto fosse diffuso, sino a pochi mesi fa, il vezzo di considerare invece le nostre banche come istituti non al passo con i tempi, ancora radicate nei territori e vincolate ad uno spirito ``contadino`` che si ostinava a ritenere che i soldi si potessero prestare solo se se ne avevano in cassa.
E molti non realizzavano che i nostri istituti facevano tanto gola ai concorrenti stranieri, che volevano acquistarle non tanto per allargare la clientela, ma perché nei nostri forzieri c`erano depositi veri - i risparmi delle nostre famiglie - che invece le banche ``moderne`` non possedevano, commerciando esclusivamente in ``garanzie`` e crediti.
Anche questa volta, per fortuna, avevamo ragione quando avevamo torto. Quando sostenevamo che il mercato non dovesse sfuggire alla vigilanza della politica, che l`avventurismo finanziario globale metteva a rischio la salute, oltreché la sovranità, delle nazioni e dei popoli e che le ricchezze non si creano con gli abracadabra, bensì con il lavoro e con la produzione di beni.
Il simbolo centenario di quell`altro modo di produrre ricchezza, quello di Wall street, è stata una società che si chiama Goldman-Sachs, un istituto privato più potente di molte nazioni e anche più ricco, che con i suoi 139 anni di storia ha in qualche modo rappresentato il ``secolo americano`` quanto la Coca-cola e Hollywood.
La Goldman ha avuto sul proprio libro paga i maggiori tecnici finanziari ed analisti del mondo - oltre a tanti politici. Anche molti nostri illustri connazionali, dal governatore della Banca d`Italia Mario Draghi allo stesso Romano Prodi. Oggi queste società che giocavano con la politica come giocatori su un campo di golf, devono alla politica dell`interesse nazionale americano il loro salvataggio.
Con uno dei tanti paradossi della storia, vediamo la più grande potenza liberista ``nazionalizzare`` le banche. E pensare che noi in Europa ci siamo imposti delle regole che ci impediscono addirittura di dare aiuti di Stato alle compagnie di bandiera in crisi...
E intanto la Morgan Stanley, altra mastodontica banca d`affari americana, sta negoziando immissioni di soldi veri da altri partner. Si sono fatti avanti i giapponesi del Mitsubishi UfJ Financial Group, la principale banca commerciale sotto il Sol levante. Ma dietro la porta, con impassibilità orientale, aspettano i rappresentati del Cic, fondo sovrano della repubblica comunista cinese... E il cerchio si chiude.
Marcello De Angelis |
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